Giù Per Il Tubo
December 25, 2006
titolo originale: Flushed away
nazione: Gran Bretagna / U.S.A.
anno: 2006
regia: David Bowers • Sam Fell
genere: Animazione
durata: 84 min.
distribuzione: United International Pictures
Allora, premetto che questa recensione è spudoratamente di parte, perché adoro qualsiasi cosa esca dalle fucine della Aardman, da Wallace e Gromit in poi. Già è affascinante il concetto di animazione in plastilina, tradizione artistica ben più antica rispetto alla moderna computergrafica, ma c’è un altro elemento che funge da “valore aggiunto” al successo di questi film, ed è la costruzione di trame mai banali, farcite di comicità e gag assolutamente esilaranti, e questa regola ormai ben collaudata vale anche per Flushed Away (titolo originale di Giù Per Il Tubo), che presenta una sorta di innovazione in quanto coniuga plastilina e CG, manualità e tecnologia.
La trama ha una costruzione lineare e semplice, ma ricca di trovate bizzarre: Roddy, topolino benestante che abita nel quartiere di Kensington, Londra, viene lasciato a casa da solo dai padroni, che partono per una vacanza. Lui approfitta per divertirsi, finchè non si ritrova in casa Sid, un topo di fogna che è risalito accidentalmente “su per il tubo”. Roddy cerca di liquidarlo con una trappola, ma finisce per caderci lui stesso. Sceso nelle fogne di Londra, si trova davanti una perfetta ricostruzione del mondo “di sopra”, a misura di topo (da citare il Tower Bridge ricostruito utilizzando una cabina telefonica e un bagno pubblico), e si caccia subito nei guai: cercando un modo per tornare a casa, viene portato alla barca di Rita, una topolina che ha conti in sospeso con una specie di mafioso del posto, il Rospo, che pianifica nel frattempo la distruzione della città dei topi, Rattopolis, distruzione di cui poi si scoprirà il motivo, che susciterà sicuramente una risata, o almeno un sorriso beffardo.
Nello svolgersi del film c’è spazio anche per i mondiali di calcio, con l’Inghilterra in finale (cosa che si presta come spunto per una delle battute del film), la presenza di parenti francesi che ricreano in piccolo le immancabili e reciproche tirate di orecchie tra le due sponde della Manica, famiglie numerose che ricordano “Il Senso Della Vita” (lo spezzone della famiglia cattolica numerosissima, a causa del divieto di utilizzo del preservativo, e indigente) dei Monty Python, e una colonna sonora con pezzi azzeccati e molto conosciuti (cito ad esempio “Are You Gonna Be My Girl?” dei Jet e “Bohemian Like You” dei Dandy Warhols). Insomma, è un film godibilissimo, ben fatto (molto, aggiungerei) e validissima alternativa agli ormai ripetitivi e brutti film di natale. E poi, chi l’ha mai detto che i film di animazione sono solo da bambini.
Ah! Vi do un’anticipazione piccola piccola. Le lumache sono grandiose, meriterebbero uno spin-off come i pinguini di Madagascar.
VOTO: 8.5/10
PENCEY PREP – Heartbreak In Stereo (Eyeball Records, 2001)
December 22, 2006
Tracklist
1. PS Don’t Write
2. Yesterday
3. Don Quixote
4. 10 Rings
5. The Secret Goldfish
6. 8th Grade
7. 19
8. Trying To Escape The Inevitable
9. Lloyd Dobbler
10. Florida Plated
11. Fat and Alone (hidden track)
Già vi vedo storcere la bocca, perché sto per dire che in questa band cantava nientemeno che Frank Iero, ben più noto per essere il chitarrista ritmico dei My Chemical Romance, band bistrattata dai puristi più intransigenti e idolatrata dalle adolescenti finto-alternative che stanno ormai spuntando ovunque come funghetti. Ma lasciamo perdere la sua attuale occupazione e concentriamoci sulla creatura partorita da questo quasi sconosciuto gruppo (che ha però aperto concerti di gruppi come Strokes, Nada Surf, Thursday…) di Belleville, New Jersey, scioltosi poco dopo la pubblicazione. Una creatura che non suona affatto come indie, perlomeno nell’attuale concezione che si ha di questo termine, ma che lo è molto più dei lavori dei vari gruppi riuniti sotto questa denominazione.
Heartbreak In Stereo è spontaneo, allegro, trasuda passione e odore di scantinato, voglia di fare caciara e di lasciarsi andare a momenti melodici che non sono mai soporiferi o eccessivamente carichi di emozioni, creando una miscela di generi (punk, screamo sguaiato, influenze indie rock – quello vero, dei Pixies e dei Sonic Youth – e melodie pop) che non sarà esplosiva, ma risulta fresca e pienamente godibile da chiunque.
L’inizio, affidato a P.S. Don’t Write, è subito energico, grazie anche alla voce di Frank – più adatta all’urlo che al canto – che conferisce un’inconfondibile patina punk alla traccia; voce che si leviga e si addolcisce nel secondo brano, Yesterday, il brano che più di tutti rimane in testa per le sue sonorità orecchiabili. Il disco prosegue così, senza particolari intoppi, attraverso brani melodicamente più ricchi (The Secret Goldfish, Florida Plated), o costruiti su una successione di note alla tastiera (elemento introducente influenze di matrice indie-pop all’interno del sound della band) che cattura per la sua semplicità (19), e cantato alternato allo screamo (Trying To Escape The Inevitabile), per concludersi con gradevoli pezzi acustici (Lloyd Dobbler, la ghost track Fat And Alone, la quale inizia con una presentazione a voce e finisce con i membri del gruppo che sghignazzano tra loro e imitano Cartman di South Park, accentuando così la dimensione intima e spensierata del loro modo di fare musica).
Insomma, un disco orecchiabile, divertente e divertito, non impeccabile a livello di sonorità e voce, ma che proprio da questa mancanza di perfezione e di pulizia del suono trae la sua forza.
VOTO:6.5/10